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Quinto Ghermandi scultore
Digital Archive
Quinto Ghermandi, l’uomo, l’artista, il maestro
Una vita interamente votata all’arte e all’insegnamento, ma anche agli ideali della sua generazione, che lo portarono a partecipare, come volontario universitario, alla seconda guerra mondiale
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Si ringraziano per il contributo apportato alla conoscenza storico-critica della vita e dell’opera di Quinto Ghermandi dopo la sua scomparsa la dottoressa Beatrice Buscaroli, il dottor Eddy Tovazzi, la galleria Open Art di Prato, la Fondazione Lercaro di Bologna e l’Accademia degli Indifferenti e Risoluti di Crevalcore (Bo).
Il Castello dei Ronchi di Crevalcore (Bo), casa natale di Quinto Ghermandi.
Quinto Ghermandi nasce a Crevalcore, in provincia di Bologna, il 28 settembre 1916. Fin da giovanissimo manifesta una forte inclinazione per il disegno e la modellazione, che lo porta a iscriversi, terminate le scuole inferiori, al Liceo Artistico di Bologna. Prosegue quindi gli studi presso l’Accademia di Belle Arti della stessa città, dove ha come maestri Cleto Tomba ed Ercole Drei, figure che contribuiranno in modo determinante alla sua formazione. Dal primo assimila il gusto per il grottesco, l’ironia e l'osservazione partecipe dell'umanità; dal secondo l'attenzione alla grande tradizione plastica italiana e alla solidità della forma.
Gli anni della giovinezza
Gli esordi artistici si collocano alla fine degli anni Trenta. Le opere di questo periodo risentono ancora dell’influenza di Arturo Martini e del clima culturale dell’epoca. Nel 1940 partecipa ai Littoriali dell’Arte di Bologna con lavori che riflettono l’enfasi monumentale allora dominante. Come molti giovani della sua generazione, vive con entusiasmo l’esperienza del fascismo, mantenendo in seguito un legame ideale con alcuni aspetti della propria formazione giovanile. Tuttavia la sua ricerca artistica si svilupperà lungo percorsi autonomi, estranei a finalità politiche e sempre centrati sulla libertà espressiva dell’artista.
La guerra
Lo scoppio della seconda guerra mondiale interrompe bruscamente il suo percorso. Combatte prima in Grecia come bersagliere e successivamente in Africa Settentrionale come paracadutista nella divisione “Folgore”. Dopo la battaglia di El Alamein, mentre tenta con altri commilitoni di attraversare a piedi il deserto per raggiungere Marsa Matruh, viene catturato dalle truppe britanniche e rinchiuso in un prisoner-of-war camp in Egitto, dove resterà per quattro anni. Sarà un’esperienza durissima ma decisiva per la sua maturazione. Proprio durante la prigionia ha infatti modo di conoscere, attraverso riviste e pubblicazioni inglesi, l’opera di Pablo Picasso e soprattutto quella di Henry Moore, destinata, quest’ultima, a esercitare una profonda influenza sul suo sviluppo artistico.
Ripartenza all’insegna della sperimentazione
Rientrato in Italia nel 1946, riprende l’attività artistica con rinnovata energia. I primi anni del dopoguerra sono caratterizzati dalla produzione di piccole sculture e caricature nelle quali convivono acutezza psicologica, ironia e una sottile vena grottesca. Alla fine degli anni Quaranta si avvicina alla ceramica, ottenendo nel 1953 un importante riconoscimento all’XI Concorso Nazionale della Ceramica di Faenza. Nello stesso periodo inizia a esporre nelle principali manifestazioni artistiche italiane, partecipando alla Biennale di Venezia e alla Quadriennale di Roma. Sperimenta vari materiali, tra cui il ferro saldato, senza tuttavia trovare quello pienamente congeniale alla sua vocazione espressiva.
L’incontro col bronzo
La svolta decisiva avviene alla fine degli anni Cinquanta, quando inizia a lavorare stabilmente il bronzo. Grazie anche all’incontro con il collezionista e mecenate ferrarese Cesare Giona Baldisserra, Ghermandi scopre il materiale che gli consentirà di esprimere pienamente la propria vocazione plastica. Nasce così quel linguaggio originale che ne farà uno degli autori più riconoscibili della scultura italiana contemporanea. Le sue opere si popolano di forme zoomorfe e fitomorfe, creature sospese tra natura e invenzione, in equilibrio fra leggerezza, ironia e tensione drammatica.
Ed è fama mondiale
Gli anni Sessanta segnano la sua definitiva affermazione. Partecipa alle più importanti manifestazioni artistiche nazionali e internazionali: Biennale di Venezia, Quadriennale di Roma, Festival dei Due Mondi di Spoleto e Documenta III di Kassel. Le sue opere vengono esposte in Europa, Americhe, Giappone, Medio Oriente e Oceania, entrando in collezioni pubbliche e private di numerosi Paesi. In questo periodo elabora alcune delle sue creazioni più celebri, caratterizzate da una continua ricerca di equilibrio e da una progressiva liberazione della massa scultorea dal peso della materia.
Grandi opere
A partire dagli anni Settanta, Ghermandi ha modo di realizzare numerose opere monumentali e interventi destinati allo spazio pubblico. Tra essi si ricordano la fontana Le Grandi Foglie della Speranza presso il Policlinico Sant’Orsola di Bologna e il monumento L’Ala della Libertà nei Giardini Oriana Fallaci di Brescia. In queste opere la sua ricerca raggiunge una piena maturità, coniugando monumentalità e leggerezza, memoria storica e invenzione poetica.
Un maestro generoso e carismatico
Parallelamente alla produzione artistica, Ghermandi svolge un’intensa e appassionata attività didattica: insegna prima all’Istituto d’Arte di Bologna, poi al Liceo Artistico di Firenze, successivamente in quello del capoluogo emiliano, poi all’Accademia di Belle Arti di Firenze e infine in quella di Bologna, dove ricoprirà, oltre all’incarico di titolare della cattedra di Scultura, anche quello di direttore. Per generazioni di studenti egli sarà molto più di un docente: viene infatti ricordato ancor oggi come un maestro capace di trasmettere entusiasmo, curiosità e fiducia nelle possibilità creative di ciascuno. Chi lo ha conosciuto non può dimenticare la sua apertura mentale, la sua generosità e la sua costante esortazione a sviluppare una ricerca personale, libera da schemi e conformismi.
Gli ultimi anni
Nell’ultimo decennio di vita, Ghermandi si dedica pressoché esclusivamente alle grandi opere monumentali – innanzitutto le sei fontane celebrative dell’Acquedotto di Romagna – senza tuttavia abbandonare la sperimentazione artistica, dedicandosi inoltre con rinnovato interesse alla terracotta e alla caricatura, recuperando quella vena satirica e popolare che aveva caratterizzato i suoi esordi. Nel 1983 gli vengono dedicate importanti mostre antologiche a Ferrara e a Crevalcore; nel 1993 riceve il Premio Nazionale Pericle Fazzini, uno dei più prestigiosi riconoscimenti italiani per la scultura.
La morte
Quinto Ghermandi è morto a Bologna il 18 gennaio 1994, lasciando incompiuti alcuni progetti ai quali stava ancora lavorando e affidandone altri al figlio Martino. Alla sua scomparsa, storici dell’arte, colleghi, allievi, critici e galleristi lo hanno ricordato come uno dei protagonisti della scultura italiana contemporanea, sottolineandone non soltanto il valore artistico, ma anche le qualità umane e il ruolo di maestro per intere generazioni.
L’eredità
L’opera di Quinto Ghermandi resta come esperienza tra le più originali della scultura italiana del secondo Novecento. Artista difficilmente classificabile entro correnti o scuole, egli ha saputo costruire un linguaggio autonomo e immediatamente riconoscibile, capace di unire tradizione e sperimentazione, ironia e drammaticità, radicamento nella realtà e slancio visionario. Oggi le sculture di Ghermandi sono presenti in musei, collezioni e spazi pubblici di tutto il mondo, ma forse il lascito più intenso e profondo resta nel ricordo di coloro che lo hanno conosciuto come uomo e come maestro: una figura di straordinaria vitalità intellettuale, animata da un’inesauribile curiosità verso il mondo e da una profonda fiducia nella libertà dell’arte.
La cronologia della vita di Quinto Ghermandi è consultabile cliccando QUI.


La sala personale di Quinto Ghermandi alla XXX Biennale Internazionale d’Arte di Venezia del 1960, con le prime grandi sculture informali.