Nel 1982, Quinto Ghermandi decise di raccogliere in un opuscoletto le immagini di gran parte della sua produzione di terrecotte satiriche e incaricò il figlio Martino, allora studente di Storia dell’Arte all’Università di Bologna, di scriverne i testi introduttivi. La piccola brossura, pubblicata dalle Edizioni d’Arte Ghelfi di Verona e distribuita nelle librerie, è oggi introvabile. Contiene trentadue tavole raffiguranti altrettante caricature di politici italiani del tempo modellate da Ghermandi, corredate da un breve saggio generale sulla storia del genere satirico nelle arti visive (“Caricatura, satira ed arte”) e da una presentazione dei pezzi riprodotti (“Quinto Ghermandi e i politici di terracotta”). Testo, quest’ultimo, che qui vi proponiamo integralmente

La vita di Quinto Ghermandi è sempre stata un po’ come il prolungamento della sua infanzia. Chi non si rende conto di quanto siano ancora forti in lui certe suggestioni, certe sensazioni di bambino, non potrà capirne mai a fondo il carattere, né il significato del comportamento spesso sconcertante, o delle decisioni fuori tempo.
La verità è appunto che l’amore bambinesco per il paradosso, per la facezia, per la caricatura, che ora egli sta materializzando nella terracotta, ha sempre accompagnato la sua vita, caratterizzando intimamente ogni sua scelta. A volte mi racconta di quando recitava nel teatro studentesco, al tempo in cui ere allievo all’Accademia, quando si lanciava nell’improvvisazione di macchiette che, per la voluta somiglianza con il Führer, spesso rischiavano di metterlo nei guai. A volte ancora parla della sua passione per il Carnevale e del piacere da inventore folle che tante volte ha provato nel disegnare macchinari e forme per i carri mascherati. E sempre in ogni suo racconto, per quanto grave, vi è una concessione all’ironia, un accenno di dissacrazione. Dissacrazione delle cose troppo serie, quelle che poi nascondono l’inganno, come la politica dei politicanti.
Quinto Ghermandi ha sempre cercato insomma di prendere le cose come giuoco, quindi mai troppo seriamente. Anche il suo lavoro, quello “vero”, quello per cui da tanto tempo è noto, reca le tracce di questa sua giocosità. Pensiamo alla vivacità sensuale con cui egli plasma la materia. Ma pensiamo soprattutto all’ironia profonda che trapela dai suoi personaggi di bronzo, così strampalati nella loro impenetrabile assurdità, quanto balordi nei titoli. “Giselda e Timoteo”, “Teodoro Jonico”, “Sesto Calende” sono alcuni dei suoi più indimenticabili lavori. Fu comunque proprio attraverso il tentativo di prodursi bizzarri personaggi con la creta che Quinto Ghermandi, all’età di sette anni, cominciò ad accostarsi e appassionarsi alla scultura. Erano i burattini che con grande suggestione vedeva recitare nelle piazze e che voleva quindi riprodurre per il proprio giuoco.
Sono passati quasi sessant’anni da quei tempi ed ora, dopo una carriera di lavoro piena di successi e di prestigio, l’occhio e il cuore dell’infanzia muovono di nuovo la sua mano.
Sono burattini anche questi Andreotti, questi Berlinguer, questi Craxi. Pupazzetti appena accennati, che l’autore ottiene con piccoli pezzetti di terra, dopo averli arrotolati, arrotondati e composti insieme e poi graffiati con lo spillo, cosi da ricavarne i connotati.
La loro è una commedia di cui pero Ghermandi tanto fascino non sente.
Vi è in questi piccoli lavori soltanto il desiderio di farsi beffe di quei vecchi e vuoti riti, troppo a lungo sopportati, che sono le lusinghe elettorali, gli accordi, i disaccordi, insomma soliti giochetti dei politicanti. Senza indulgenza Ghermandi mette alla berlina tutti i più noti personaggi della politica italiana. Li veste di bianchi camicioni, poi con malizia li arricchisce di elementi osceni, tanto cari alla caricatura antica: irrispettosi falli, orinatoi, ambigui amplessi. Egli tuttavia non intende usare queste componenti come un facile espediente per suscitare il riso, ma, al contrario, si compiace consapevolmente della loro astrusa grossolanità.
È inutile tentare una descrizione di queste terrecotte. Esse sono troppe e troppo varie. Qualunque tentativo si risolverebbe in parzialità e lungaggini. Lascio quindi il compito alle fotografie.
Dirò invece quanto segue: con queste sue caricature, Quinto Ghermandi non ha preteso certo far dell’arte. Egli ha voluto soltanto divertirsi.
Per quanto gratificante, bella e giocosa, l’arte è sempre un’ardua operazione, fatta di estenuanti sperimentazioni, di meditazioni sulla forma e sul modo di vedere il mondo. Un’operazione che Ghermandi, in altri luoghi e in altri tempi, certo prosegue con impegno, ma che qui, forse preso da fuggevole stanchezza o nostalgia, per un attimo accantona, trasportato dalla gioia di fare grotteschi “pupazzotti”.
Martino Ghermandi

Una delle terrecotte satiriche di Ghermandi riprodotte nella piccola brossura del 1982. Per vedere tutte le trentadue caricature illustrate nel libretto (e molte altre ancora), clicca sull’immagine qui sopra.
Testo e foto tratti da: Martino Ghermandi, Politici in terracotta di Quinto Ghermandi, ovvero della caricatura e della satira politica, Verona 1982