Il 7 marzo 2009, il “Corriere di Bologna”, edizione locale del “Corriere della Sera”, dedicò la terza pagina a Quinto Ghermandi nel quindicesimo anniversario della sua scomparsa, con un ampio articolo di fondo e un box. A quella data, a parte la Provincia di Bologna nella persona del presidente Marco Macciantelli, nessuna istituzione felsinea aveva ancora intrapreso iniziative per ricordare l’artista. In merito, l’autrice del servizio interpellò alcuni tra i maggiori esponenti della cultura bolognese e i familiari dello scultore

Quinto Ghermandi, l’arte dimenticata
L’appello: «Subito una mostra»
Nel cortile del Sant’Orsola campeggia la fontana Largo gesto per un massimo spazio, una versione dell’ariosa e ampia conchiglia Largo gesto, tra le opere più amate dello scultore. In piazza VIII agosto c’è quel totem di forme vuote e piene che lo stesso autore definì con ironia “rusgòn”, torsolo di mela in dialetto bolognese. Non sono gli unici segnali tangibili della presenza sotto le Due Torri di Quinto Ghermandi, esponente di spicco dell’arte informale, nato a Crevalcore nel 1916 e morto a Bologna nel 1994. Eppure la città sembra ignorarlo. Alla GAM, prima che nascesse il MAMbo, l’allestimento di una personale ha conosciuto solo rinvii. Poi il silenzio.
A quindici anni dalla sua morte, chi ne apprezza l’abilità unica, lo spirito libero, provocatorio, sintomo di un’autonomia espressiva senza limiti, che – malgrado la fama internazionale – lo tenne fuori dalle regole del mercato, oggi invoca una grande mostra. Un tributo doveroso auspicato, ad esempio, da storici dell’arte di diverse generazioni ed esperienze come Eugenio Riccomini, Andrea Emiliani, Beatrice Buscaroli e Renato Barilli. E dal suo assistente per quindici anni, lo scultore Nicola Zamboni, che azzarda: «Credo che Ghermandi abbia pagato il prezzo di dichiararsi sempre fascista, anche dopo la guerra. Forse lo fece più per provocazione o per coerenza, avendo lui combattuto nell’esercito, ma io non ho mai conosciuto una persona democratica e aperta come lui. Tanto più che fu lui a chiamarmi come assistente, e io ero un militante iscritto al PCI».
Per Eugenio Riccomini è normale che la città non sia avvezza all’arte e dimentichi facilmente, ma «sarebbe ora di dedicare una retrospettiva allo scultore». «Era incredibilmente abile con le mani, forse più di Minguzzi, il più celebre scultore bolognese. Una volta, quando ero molto giovane, durante un pranzo ufficiale a seguito di una manifestazione artistica riminese, lo vidi staccare della mollica da un pezzo di pane e modellare, sotto il tavolo e senza mai guardarsi le mani, le fattezze del commensale che stava davanti a sé: ne uscì una figura perfetta, espressiva, dettagliata, rughe comprese». Riccomini sogna, quindi, una retrospettiva che raccolga i tanti disegni, le immagini delle opere urbane costruite in Scandinavia e in altre parti del mondo, alcune grandi sculture in bronzo che cominciò a realizzare dal 1958, e quelle piccole, numerosissime, che Ghermandi modellò con diversi materiali e anche in tante copie, noncurante della svalutazione sul mercato. Tra queste, non dovrebbe mancare il ritratto di Giorgio Morandi a figura intera che plasmò prima in terracotta e poi in bronzo, «il più bel ritratto del pittore», secondo Riccomini, «con quell’espressione allampanata». Purtroppo, è l’opinione di Andrea Emiliani, «gli artisti della generazione di Ghermandi, soffrono di un velo di oblio, ma è un problema generale che fa temere per il futuro, perché oggi si punta allo spettacolo ignorando il senso della cultura». L’unica retrospettiva fu realizzata a Crevalcore nel 1997 con l’appoggio di Marco Macciantelli, allora assessore alla Cultura della Provincia, l’Accademia e la Fondazione Carisbo. Si istituì anche un premio biennale per studenti ma durò al massimo due edizioni. Ora toccherebbe a Bologna: «La sua centralità», ragiona Renato Barilli, offrirebbe una visibilità maggiore, e poi «lui a questa città ha dato moltissimo».
Anche come docente e poi direttore dall’81 all’84, dell’Accademia. «Era un maestro di libertà», non ha dubbi Zamboni, «Lui faceva caricature, figure sacre, naturaliste, simboli di tutte le emozioni e le piccole cose della vita, carri mascherati, oggetti preziosi, sperimentava i materiali, non gli interessava se per questo eclettismo non sarebbe stato premiato dal mercato, e sapeva trasmettere lo stesso dinamismo ai suoi allievi». «Ghermandi», interviene Beatrice Buscaroli, «è stato il più sottovalutato tra tutti i bolognesi, si dovrebbe rimediare quanto prima». Ma se non ci penserà Bologna, una mano tesa arriva da San Lazzaro. Marco Macciantelli, ora sindaco della cittadina, ribadisce: «Lo scultore è sepolto a San Lazzaro, la famiglia abita qui, la mia amministrazione è pronta a collaborare al giusto omaggio all’artista».
Luciana Cavina

BOX
Parlano la moglie Romana e il figlio Martino: «Era un padre amorevole e uomo bizzarro e generoso»
«Un archivio? Magari, lui era troppo disordinato»
Ricordi di bambino, di un ragazzino stupito che vive la gioiosa frenesia di un’officina “magica” da cui escono meraviglie: l’editore Martino Ghermandi, il figlio dello scultore, accompagnava fin da piccolo il padre nella fonderia di Verona dove l’artista, insieme agli operai, dava corpo alle sue idee. Così le sue sorelle, Cristina (deceduta nel 1993) e Francesca (famosa illustratrice). Ricordi indelebili e romantici, come quelli della moglie Romana Spinelli, tuttora apprezzata pittrice, che non dimentica quello che si diceva di lui – lei studentessa diciassettenne e lui giovane e affascinante professore – lungo i corridoi dell’Accademia di Belle Arti negli anni ’50. «Non sono mai stata sua allieva», racconta, «eppure tutti parlavano di lui, di quanto fosse intelligente e spiritoso: è come se lo avessi conosciuto da sempre». Appena si incontrarono l’intesa fu profonda: «Facevamo cose diverse, ma abbiamo condiviso un percorso comune: insieme si andava alla scoperta di un mondo, quello dell’arte, in continua mutazione. Per decenni», rammenta la Spinelli, «la parola d’ordine fu sperimentazione, e anche Quinto sperimentò nuove forme per la ceramica e le sculture in ferro saldato, fino a che approdò alla cera plasmata e al bronzo». La famiglia non vuole chiedersi il perché Bologna non abbia saputo valorizzare uno dei suoi prestigiosi figli. «Mio padre», puntualizza Martino, «ha lavorato molto all’estero. Tuttora allestiscono personali a lui dedicate nei Paesi del Nord Europa dove ha realizzato monumenti e altre opere pubbliche. Non è stato dimenticato nemmeno nel resto del mondo. E non dobbiamo essere noi a spingere le istituzioni locali a fare qualcosa. A me, la memoria di un padre amorevole, di una persona estremamente piacevole, bizzarra e generosa non la toglierà mai nessuno». Martino, però, a dire il vero, sogna la formazione di un archivio: «Mio padre era un pasticcione», confida, «e ha lasciato cose sparse ovunque. Per raccogliere tutto servirebbe un lavoro mastodontico, di professionisti del mestiere». La moglie, invece, non nasconde il suo rammarico per la grande mostra mancata, proprio in città: «Almeno due direttori della GAM, Danilo Eccher e Pier Giovanni Castagnoli», fa sapere, «erano intenzionati ad allestire una retrospettiva. Ne parlammo a lungo, poi non so perché il progetto si sia arenato». Dispiace anche per quel premio per studenti dell’Accademia nato dalla mostra di Crevalcore. «Ci tenevamo tanto», confessa la vedova, «che quell’iniziativa continuasse nel tempo».
L. Cav.
Testi tratti da: Luciana Cavina, Quinto Ghermandi, l’arte dimenticata in Corriere di Bologna, 7 marzo 2009