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Quinto Ghermandi scultore

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Guida e avvertenze per i visitatori

Bentornato, Maestro: la mostra del 1997

2026-09-15 09:00

Editoriale QGS

Approfondimenti,

Omaggio a Crevalcore di Quinto Ghermandi, incisione a punta secca, 1983.

A tre anni dalla scomparsa di Quinto Ghermandi, il Comune di Crevalcore dedicò all’artista una mostra retrospettiva. Vi proponiamo qui i testi del catalogo.

A tre anni esatti dalla scomparsa di Quinto Ghermandi, il Comune di Crevalcore dedicò all’artista una mostra retrospettiva. La rassegna, allestita in collaborazione con la Provincia di Bologna presso la sala espositiva di Porta Modena, oggi chiamata “Q. Ghermandi”, si svolse dal 25 ottobre al 7 dicembre, con un corollario di conferenze e incontri pubblici, che ebbero per sede anche il Castello dei Ronchi, dove Ghermandi era nato. Furono esposte diverse sculture medio-piccole, opere grafiche e documenti. Un evento ben progettato e ben gestito – anche se non “grandioso” – frutto della straordinaria solerzia del sindaco Novello Lodi e del presidente provinciale Marco Macciantelli, che si prodigarono (a differenza della città di Bologna, che sembrava averlo completamente dimenticato) nel fare onore alla memoria dell’artista. Per l’occasione, fu stampato, a cura dell’amministrazione municipale, un catalogo contenente scritti di vari autori, che qui vi proponiamo integralmente

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Bentornato, Maestro

 

È con grande piacere che Crevalcore accoglie nuovamente Quinto Ghermandi, dopo il successo ottenuto nel 1983 in occasione della grande esposizione realizzata in collaborazione con le Gallerie Civiche di Ferrara. In quell’occasione il Maestro si prodigò ampiamente per ritornare nel suo Paese natale in grande stile; aveva bisogno di riallacciare il dialogo con i suoi concittadini, interrotto per anni dal naturale evolversi delle sue vicende umane e professionali. E, in effetti, con la carica umana che lo distingueva e la sua speciale sensibilità di artista, Ghermandi entrò subito in sintonia con la sua terra: i ricordi scivolarono con rapidità uno dietro l’altro:

 

«… Sono nato nel palazzo dei Ronchi. Sulla ferrovia andando verso Bolognina, c’era una fornace, che era poi della tenuta, dove andavamo a prendere la creta, io e mio fratello più grande, per fare dei burattini. Avevo anche uno zio che mi insegnò a fare le ocarine che fischiavano. Quello era il nostro divertimento: mettevamo dei chiodi sulle rotaie, il treno passando li schiacciava e ne venivano fuori come delle palette che adoperavamo per modellare le ocarine…»

 

«… Se provo a risalire nel tempo alla ricerca di come nasce questa mia passione, ritrovo me stesso bambino che pasticcio con la terra. Ecco il luogo preferito dei miei giochi: è una fornace di mattoni poco distante da casa dove posso trovare montagne d’argilla con cui fare mille oggetti…»

 

E con la stessa naturalezza con cui affioravano i ricordi Ghermandi fissò sulla carta una serie di immagini di Crevalcore: visto dall’alto, da lontano, sul far della sera: bellissime incisioni da cui traspariva in tutta evidenza il suo essere di artista curioso, bizzarro, ironico, sottilmente malinconico.

Questo secondo evento che l’Amministrazione Comunale ha fortemente voluto in occasione dell’ottantunesimo anniversario della nascita del Maestro, sarà una ulteriore occasione per rinsaldare quel legame che lo univa alla sua terra da cui, ci piace pensare, aveva tratto il suo inimitabile talento.

Novello Lodi

Sindaco di Crevalcore

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Porta Modena vista dall’interno del centro storico di Crevalcore. Nell’edificio alla sua sinistra, si trova la sala espositiva “Q. Ghermandi”, dove si svolse la mostra del 1997.

Il ritorno di un artista

 

Un motivo, tipico delle poetiche romantiche, che, personalmente, nel passato, ho guardato con una certa diffidenza, o che, forse, non ho ben compreso, è quello del rapporto tra gli artisti e la loro terra. Un tema, per certi versi, sfuggente, anche complicato; oppure, se non correttamente impostato, tale da implicare qualche possibile distorsione. E invece, adesso, credo di coglierne il significato, nel rimando al senso di appartenenza, dell’artista, al suo ambiente, alla sua comunità. In sostanza, si tratta dell’idea che, nell’arte, si esprima qualcosa che ha a che vedere con tutti noi, e che, in forme particolarissime, ci riguarda, nel tentativo di rappresentarci, non senza gli inevitabili effetti di trasfigurazione caratteristici del fare artistico. L’opera guarda oltre se stessa, oltre i mezzi cui fa ricorso; ma è sempre ben piantata su un terreno solido, getta le sue radici su uno spicchio di realtà ben circoscritto e riconoscibile. Muove dal particolare per raggiungere la dimensione di un’espressione più alta, tendenzialmente universale. Anzi, per certi versi, è necessario, è inevitabile che l’artista dimentichi i propri legami, personali e biografici, che lasci parlare le intenzioni che lo attraversano. D’altra parte, come qualcuno giustamente si è chiesto: che importa chi parla? Una volta realizzata, l’opera riacquista, però, un contatto con alcuni ben profilati ambienti e luoghi. È una specie di ritorno, di ritorno dopo la ricerca, dopo l’avventura. Un ritorno simile a quello di Ulisse, che viaggia attraverso paesi sconosciuti, strani e meravigliosi, spinto dalla nostalgia e dal ricordo del luogo natale. E’ il nostos, il viaggio che ha come mèta il mondo da cui si è partiti. Questo catalogo, insieme alle numerose opere ordinate dal Comune di Crevalcore nella sala espositiva di Porta Modena, da poco intitolata all’artista, intende fissare – per dir così – il momento di “ritorno” di Quinto Ghermandi nella sua comunità. La cultura è portatrice di molteplici motivazioni; talvolta si esprime in un gesto come di riparazione. In questo caso, nell’atto del Comune di Crevalcore, scorgiamo le ragioni del riconoscimento di un rapporto, che non è solo biografico, ma che tocca, per riguardi più impliciti, sottili e nascosti, il legame di questi lavori, grafici e scultorei, con il contesto culturale, e con la storia, della nostra terra.

Marco Macciantelli

Presidente della Provincia di Bologna

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“Crevalcore amore mio”, scultura di Quinto Ghermandi in bronzo argentato del 1986.

Tradizione e modernità

 

Partì dal basso, la mano di Quinto Ghermandi nel cortile di Palazzo Isolani, dove abitavamo in due appartamenti quasi sovrapposti, là, in cima a una meravigliosa ellissi di mattoni, una delle più belle scale del Settecento. La mano partì dal basso, le pupille sfavillarono dietro agli occhialini d’oro calati sul naso, e il braccio, proteso in tutta la sua lunghezza, tracciò un grande segno nell’aria. Quinto disse: «Voglio fare una scultura così. Avrà per titolo “Per un largo gesto della mano”».

 

Io che conoscevo il senso dionisiaco, quasi erotico, di quegli occhi (era strettamente riservato ai momenti in cui Ghermandi parlava d’arte, segnatamente di scultura), cominciai ad aspettare il risultato definitivo, sapendo che sarebbe stato uno dei grandi raggiungimenti della scultura nella seconda metà del XX secolo. Ed è curioso, commovente, mirabile come in quella massa di bronzo volatile ci sia proprio tutto Ghermandi: tradizione e modernità. Tradizione perché solo l’acume spietato di un antica salacia bolognese (Bertoldo infinitamente nobilitato, perché nulla accade a caso) può spiegare la volontà di dedicare una scultura al gesto avvocatizio che i balanzoni emiliani profondono nelle loro discussioni. E tradizione – in più – perché in quella massa plastica, che si muove per rincalzi furibondi di materia nello spazio, c’è non solo la sapienza artigianale di chi ha imparato a fare scultura con le proprie mani, ma anche l’eco antichissima di chi ha imparato a far muovere la materia, si chiami Antelami, Giovanni Pisano o Donatello.

 

E c’è modernità, in quella scultura, perché Ghermandi era fra i pochissimi ad aver capito l’essenziale: il passato vive nel presente, ma il presente è così, volatile, un gesto, un attimo, che solo l’arte può rendere magico, durevole e profondo: tanto profondo da protrarre nel tempo la sua consapevole caducità.

 

Quella memorabile invenzione plastica, il Largo gesto per un massimo spazio (alla fine si chiamò così), tradirà per sempre le due anime che l’hanno concepita e costruita: l’immenso, antico respiro ellittico della materia che diventa volo e spazio (proprio quello della scala di Palazzo Isolani su cui ci incontravamo ogni giorno), e l’attimo fuggente che diventa scultura, materia, senza cessare di essere happening.

 

La grandezza di Quinto Ghermandi scultore (davvero uno dei grandi nella seconda metà del secolo), è tutta lì. Se ne accorgerà il visitatore della benemerita rassegna di Crevalcore. Lo capirà d’istinto, perché vedrà la mano e la mente del maestro evolvere dal formidabile intimismo artigianale dei ritratti del tempo di guerra all’arguzia psicologicamente implacabile del dopoguerra (memorabile il Ritratto di Giorgio Morandi, 1949). Poi capirà il dramma dell’artista negli anni Cinquanta, allorquando lotta palesemente con la cultura informale al fine di cavare sempre dalla forma un’immagine “costruita”, ancorché fitomorfica e ungulata. Finché non lo vedrà sbocciare a piena e duratura felicità negli Anni Settanta, in un gioco finissimo e potente che coinvolge tutti, Mantegna, Pisanello, Giacometti: il gioco della sapienza, del genio plastico e del virtuosismo, in cui Ghermandi trovava - con austero, insaziabile humour - il capriccio della sua grandezza.

Flavio Caroli

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Il Castello dei Ronchi di Crevalcore, casa natale di Quinto Ghermandi, come appariva rima del terremoto dell’Emilia del 2012.

Biografia e attività artistica

 

Quinto Ghermandi è nato a Crevalcore nel 1916. Si è formato all'Accademia di Belle Arti di Bologna, alla scuola di Ercole Drei.

 

Le sue prime significative opere appaiono nel decennio 1950 - 60, dopo la lunga parentesi della guerra e della prigionia.

 

Ha partecipato alle più importanti manifestazioni nazionali e internazionali. Alla XXX e XXXIII Biennale di Venezia ha esposto con sala personale, 1960 e 1966. E' presente alle Quadriennali d'Arte di Roma nelle edizioni del dopoguerra; alla VI Biennale di San Paolo del Brasile; alla VI e VII Biennale di Anversa; a Documenta III di Kassel.

 

Ha esposto al Musée Rodin a Parigi; ha partecipato a tutte le grandi mostre della scultura italiana organizzate n ei maggiori musei d'Europa, d'America, Giappone, Nuova Zelanda, Iran, Egitto.

 

Ha tenuto mostre personali a Roma, Venezia, Napoli, Bologna, Verona, Firenze, Lucca, Monza, Bolzano, Trento, Brescia, Modena. In Scandinavia, Copenaghen, al Luisiana Museum, a Aarhus, Oslo, Goteborg, Lund. In Jugoslavia e in Austria.

 

Ha ottenuto premi nel 1948 a Bologna e Trieste, nel 1953 a Faenza per la ceramica , nel 1959 a Carrara e al Bronzetto di Padova. Al Premio Morgan’s Paint del 1961, alla Biennale di Verona del 1963, alla Biennale del Mediterraneo ad Alessandria d'Egitto. Ha vinto il premio scultura al Fiorino a Firenze nel 1967; e nel 1971 ha ottenuto per la seconda volta il Premio del Bronzetto a Padova.

 

Sue opere sono in raccolte pubbliche e private in Europa, soprattutto in Scandinavia, negli Stati Uniti e nell'America Latina.

 

È stato titolare della cattedra di Scultura alla Accademia di Belle Arti a Bologna dove, per un periodo ha ricoperto anche la carica di Direttore.

 

È deceduto a Bologna il 18 gennaio 1994.

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Omaggio a Crevalcore di Quinto Ghermandi, incisione a punta secca, 1983.

Autobiografia

 

Il mio mestiere è fare lo scultore. Non so fare altro e non ho mai desiderato fare altro. Se provo a risalire nel tempo, alla ricerca di come nasce questa mia passione, ritrovo me stesso bambino che pasticcio con la terra. Ecco il luogo preferito dei miei giochi: è una fornace di mattoni poco distante da casa, dove posso trovare montagne di argilla con cui fare mille oggetti: burattini, “ocarine di Budrio”, soldatini e tante altre cose. Lavoro, continuamente e con l’assiduità di questo giuoco la mia perizia cresce di giorno in giorno. Presto qualcuno comincerà a dire che ho del talento e che un giorno questo giuoco potrò farlo per mestiere. Così sentendomelo ripetere, me ne convinco anch’io: ho poco più di otto anni, ma ormai penso seriamente che da grande farò lo scultore, che farò i monumenti, come quello che ho visto inaugurare in paese e che mi ha tanto suggestionato. Finisco infatti al Liceo Artistico, a disegnare ornati barocchi, e poi all’Accademia, a fare statue in creta con la modella in posa. Questi dell’Accademia sono gli anni che precedono la guerra. Anni di entusiasmi, di progetti, ma con tante idee confuse nella testa. Partecipo ai littoriali dell’arte e della cultura e per anni mi convinco che la scultura non possa andare oltre le possibilità espresse da Martini, se non addirittura da Rodin. Non conosco le avanguardie, eppure le notizie non mancano. Dei lavori di quegli anni poco mi è rimasto, giusto un paio di teste modellate: quella di mia madre e quella di mio padre. Oltre alla scultura recito in teatro. I miei ruoli preferiti sono quelli comici e le mie macchiette riscuotono successo. Qualcuno ancora adesso le ricorda. Poi scoppia la guerra. Improvvisamente sono strappato via dalla mia casa, dal mio lavoro. Mi ritrovo bersagliere a combattere in Albania e in Grecia. Vedo l’Acropoli di Atene. Meravigliosa. Ma questo incanto è troppo poco per compensare il logoramento di una guerra di pioggia e fango. Per sfuggirne vado paracadutista in Africa settentrionale. A El Alamein, durante la battaglia, vengo catturato dagli inglesi. Sarà una lunga prigionia: quattro anni in Egitto, quattro anni di deserto e di reticolati. Molte cose mi si imprimono. Ricordo le piramidi illuminarsi di rosso un mattino all’alba, al primo raggio di sole. Ma ricordo anche i miei primi approcci, attraverso le riviste inglesi, con i lavori di Picasso e Moore. Quanta rabbia ritrovarmi prigioniero, inattivo, mentre tutto questo accade in arte. Finita la guerra mi ritrovo pieno di spaesamento e senza idee precise. Debbo ricominciare tutto capo. Decido di lasciarmi andare un poco al caso: quel che salterà fuori, salterà fuori. Produco allora certe piccole sculture di sapore un po’ grottesco, fra le quali un piccolo ritratto di Morandi e un cavallo con cavaliere intitolato Il condottiero. Giunge l’anno ’50. Si chiude un altro decennio ed io ancora brancolo nel buio alla ricerca disperata di una soluzione espressiva o materiale che mi soddisfi a fondo. Attorno al ’55, dopo un breve tentativo con la ceramica (vinco un premio a Faenza), credo finalmente di aver trovato il giusto mezzo materiale per realizzare certe idee che mi frullano per la testa: il ferro saldato. Nascono belle sculture eppure qualche cosa non va ancora. Una latente insoddisfazione non mi rende tranquillo. Ma ecco che, improvvisamente, l’incontro con uno strano personaggio di nome Giona cambia la mia vita di scultore. Giona è un fanatico neo-collezionista. Vuole una mia scultura, ma la vuole in bronzo. È la rivelazione. Questa materia, inaspettatamente, mi è profondamente congeniale.... È la mia materia. Comincia così la storia del bronzo. Bronzo che vuol dire cera, che vuol dire fonderia. Fonderia che vuol dire lavoro in grandi spazi, in mezzo al fragore esaltante delle macchine, allo sfavillio dei forni. Nascono sculture nuove, prima eseguite in cera e poi subito passate alla fusione. Grandi foglie alzate al centro di uno stanzone, con tutti gli operai attorno a darmi una mano, a sostenere, a puntellare. Poi fonderia vuol dire incontrare e conoscere scultori di mezzo mondo, ma vuol anche dire prendere il treno ogni mattina, incessantemente, Bologna-Verona, Verona-Bologna. Grande fatica, qualche delusione, ma nessuna incertezza. Giunge il 1959, l’anno della scatola a sorpresa: vinco il premio internazionale del Bronzetto e sono invitato alla XXX Biennale di Venezia, che si svolgerà l’anno dopo. Sarà la cosiddetta Biennale dell'informale. Espongo venti bronzi in sala personale: foglie, ali e voli. Tutto venduto. Il museo di San Paolo del Brasile acquista un grande bronzo. Un successo. Quanta emozione! Di notte il cuore corre e non mi lascia dormire. Sono finalmente uscito dall'anonimato. Poi a ritmo continuo si susseguono le mostre: VI Biennale di San Paolo del Brasile, Stoccolma, Biennale in plein-aire di Anversa, Rome-New York Art Foundation di Roma. Il lavoro in fonderia continua incessantemente, quasi frenteico. Sculture a getto continuo. Nascono Personaggio X, Momento del Volo, Figura Quinta, L'eclisse, Delta Phoenix. Nuove sculture e sempre ancora nuove mostre, in tutto il mondo. Nel ’63 vivo un momento di incertezza e il mio lavoro per un attimo si ferma. Sarà il museo egizio di Torino a suggerirmi una nuova soluzione: la frontalità, ecco la Scultura! Nascono così Pepete a Piombo, Il Miro e la Goccia, Teodoro Jonico e Giselda e Timoteo. Tutte sculture con un punto di vista privilegiato, frontali insomma. Nel ’64, con questi miei lavori, espongo al Documenta III di Kassel e poi, nel ’66, di nuovo alla Biennale di Venezia, la XXXIII. E arriva infine il ’69, un anno intenso. Si conclude un decennio e termina anche un ciclo della mia vita di scultore. E' l’anno di Largo Gesto per un Massimo Spazio, una scultura completa, di quelle che saltano fuori solo poche volte. Con questo “gesto”, ampio quanto il giro delle braccia, abbandono per sempre l'oggetto-forma per entrare nell'oggetto-spazio, lo spazio di un giardino coltivato d’argento. Sono Trilberi, Cuccalberi, Pomero eccetera i protagonisti dei miei anni settanta. Sculture esilissime, composte spesso a fogli sovrapposti, come improbabili teatrini. Oggetti che non occupano lo spazio, ma che lo contengono. Magici giardini, cristallizzati nel bronzo argentato. Poi giunge all’improvviso un bisogno quasi metabolico di cambiare materiale: è la volta del legno. È un tentativo fatto tanto per provare, quasi un capriccio. Ripeto in legno rosso di paduca il gruppo Giselda e Timoteo e poi ancora qualche altro pezzo, di cui però modifico le dimensioni e che ricopro in lacca. Sempre negli anni settanta compio un altro esperimento: si tratta di un breve ritorno al ferro. La vicinanza di un fabbro veronese mi fa tornare vecchie suggestioni di fucina e fiamma ossidrica. Ne nasce Segno Rosso per Sottolineare le Idee Campate in Aria. È una scultura spregiudicata, completamente diversa dalle altre. Si compone di vari pezzi staccati, che vanno poi connessi in forma di segno idealizzato, lungo un percorso tortuoso, che penetra lo spazio e lo coinvolge. È una scultura spazio-ambiente. Non occupa lo spazio, né più lo contiene. Lo crea. Al marmo non sono ancora arrivato, forse non ci arriverò mai. Non mi suggerisce nulla, non mi è mai stato congeniale. Troppo pesante, poi mi richiama alla statuaria: roba da girarci attorno, mentre io alle cose ci sto di fronte. Voglio vederle contro il cielo, appena sopra l’orizzonte, come momento del volo. Questo è il mio modo di vedere la scultura, anche se in realtà una idea molto precisa non ce l’ho. La mia ricerca espressiva non è mai stata sistematica, tanto meno si è mai avvalsa di puntelli teorici. Essa si è invece sempre svolta empiricamente, nutrita da improvvisi e casuali spunti, quasi rivelazioni. Ma il problema non è fare la scultura. Il problema è collocarla. Provo sempre un senso di sgomento nel vedere un mio lavoro posto in un museo quasi fosse il reperto archeologico di un fenomeno vivente. Credo in una scultura “funzionale”, cioè che faccia parte dell’ambiente in cui si vive, che ne determini i tracciati, ne “commenti” il sussistere. Su questa linea di pensiero, sempre negli anni Settanta, ho realizzato alcune opere pubbliche che mi hanno dato l’opportunità di esperimentare in grande scala le mie tematiche formali e le mie idee circa lo spazio. Cito la grande fontana all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna; un grande Momento del Volo a Brescia, nei giardini di via Magenta; le grandi foglie della “bilancia” a Forlì, davanti al Palazzo di Giustizia. Molte mie sculture sono collocate in giro per il mondo, dal nord al sud d’America, dall’Asia all’Europa. Ma soprattutto molte sono in Scandinavia, dove ho esposto nei maggiori centri. Da qualche tempo non vado più a lavorare in fonderia. Andare avanti e indietro fra Bologna e Verona mi è molto faticoso. Mi stanca l'autostrada, mi annoia il treno. È un momento di ripensamenti, forse di nostalgie. Lascio fare capolino a quella vena satirica che mi porto dietro da sempre, fin da quando ero bambino. Pasticcio con la creta e faccio pupazzetti caricaturali. E ancora una volta è il materico piacere della terra che muove il mio fare. Il piacere intenso e spensierato di affondare le mani nell’argilla, di arrotolare, di comprimere. Quel piacere che tanto tempo fa provavo, poco distante da casa mia, alla fornace di mattoni. Sono nato nel 1916, negli anni ’10 quindi. Eppure la mia vicenda di scultore appartiene alla generazione successiva. Gli incontri, gli scambi di pensiero, le occasioni di lavoro, tutto è avvenuto un po’ in ritardo. Potrei trovare una spiegazione a questo nella guerra e in tutti gli altri eventi che si sono succeduti. Preferisco tuttavia pensare che la maturazione, quindi la vecchiaia, siano per me processi dal funzionamento lento. Mi sveglio ogni mattina e penso al giorno precedente. Invece è passato più di mezzo secolo.

Quinto Ghermandi

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Un quadro del pittore crevalcorese Dante Bozzoli raffigurante Porta Modena.

È in viaggio

 

Se n’è andato una mattina di gennaio mentre tornavo in auto da Forlì. Stava male già da tempo, inchiodato a letto da una malattia crudele, cosicché cercavo di curarmi un po’ dei suoi affari di lavoro, innanzitutto la realizzazione delle fontane. Era proprio per le fontane che quel mattino ero andato a Forli, al Consorzio Acque, per sollecitare la prosecuzione dei lavori che misteriosamente, kafkianamente, non proseguivano mai. E mio padre ne soffriva, più di quanto soffrisse della malattia. Se n’è andato via senza vedere l’opera conclusa, quell’opera che non si è conclusa mai. Rimini e Forlì, città soddisfatte e indifferenti, non avranno il privilegio che Cesena, Faenza, Lugo, Ravenna si sono prese. Non vedranno il chiarore di quelle piramidi silenti, gentili, gioielli d’ermetica perfezione che mio padre considerava – come presago della fine – il proprio canto del cigno. Se le portava nel cuore da sempre, ma erano come una parola magica che resta sulla punta della lingua, come un’intuizione che gioca a rimpiattino con l’anima. Fu all’indomani della cattura, dopo la grande battaglia nel deserto, che le vide per la prima volta rosseggiare laggiù, sopra l’orizzonte, alle porte del Cairo. Mi raccontava che restò come rapito, gli occhi sbarrati, le mani aggrappate al filo spinato. Di tanto in tanto, nel corso del tempo, quella visione riappariva sottoforma di fuggevoli cristallizzazioni triangolari nel marasma informale della sua scultura. Penso particolarmente al Giardino del re Sole, rimasto proprietà della famiglia. Era come se cercasse un ordine, una misura, una dirittura; come se volesse porre un limite – o dare un senso compiuto, definitivo – alla sua trabocchevole creatività. Così era la sua scultura, così la sua vita. Era eccessivo, impulsivo, terribilmente disordinato, talvolta egocentrico, eppure sensibile, ragionevole, costante, incrollabilmente fedele e straordinariamente generoso. Sapeva farsi amare, ed era impossibile dimenticarsi di lui. Come padre, non c’è dubbio, è stato un pasticcione, ma ci ha insegnato a perseguire l’onestà, la tolleranza, la giustizia e a modellare la creta. Vorrei poter dare altrettanto a mio figlio. Quando è morto, mi sono rifiutato di vedere la sua salma: volevo ricordarmelo vivo. Così non ho ancora coscienza della sua scomparsa. Né io né mia sorella Francesca. E ogni tanto ce lo diciamo: non è morto, è in viaggio. Sicuramente è da qualche parte. Forse sta scalando una piramide.

Martino Ghermandi

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Parco Ghermandi a Crevalcore.

Testi tratti da Mostra in commemorazione di Quinto Ghermandi, catalogo a cura del Comune di Crevalcore, 1997.

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Si ringraziano per il contributo apportato alla conoscenza storico-critica della vita e dell’opera di Quinto Ghermandi dopo la sua scomparsa la dottoressa Beatrice Buscaroli, il dottor Eddy Tovazzi, la galleria Open Art di Prato, la Fondazione Lercaro di Bologna e l’Accademia degli Indifferenti e Risoluti di Crevalcore (Bo).