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Quinto Ghermandi scultore

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Quel gesto definitivo che sciabola nell’aria... La scultura intitolata “Largo Gesto per un Massimo Spazio” è considerata l’opera più completa di Quinto Ghermandi, la più iconica, la più originale e rappresentativa, sicuramente la più famosa, vero e proprio manifesto e “marchio di fabbrica” dell’artista; per molti, il suo apice creativo. Ghermandi la realizzò nel 1969 – sviluppandola poi in diverse versioni, grandezze e finiture – traendo probabilmente spunto da alcuni piccoli bronzi che aveva prodotto nei primi anni ’60 e nei quali si scorge, in forma ancora embrionale, l’inconfondibile profilo a conchiglia del successivo capolavoro

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Si ringraziano per il contributo apportato alla conoscenza storico-critica della vita e dell’opera di Quinto Ghermandi dopo la sua scomparsa la dottoressa Beatrice Buscaroli, il dottor Eddy Tovazzi, la galleria Open Art di Prato, la Fondazione Lercaro di Bologna e l’Accademia degli Indifferenti e Risoluti di Crevalcore (Bo).

Altre versioni – piccole, medie e con diverse finiture – della celebre scultura. Si presume che alcune siano bozzetti dei modelli più grandi, mentre altre furono fuse come bronzetti per il mercato collezionistico.

La seconda versione più nota e apprezzata del “Largo Gesto per un Massimo Spazio”, realizzata nel 1971, è leggermente più grande e slanciata della prima, e le sue copie si trovano collocate soprattutto in spazi aperti. 

La prima versione della scultura – quella del 1969 – misura 141 cm d’altezza per 155 cm di larghezza e 40 cm di profondità, e nel disegno come nelle proporzioni appare la più equilibrata e armonica della serie.

I piccoli bronzi del 1962 da cui, verosimilmente, Quinto Ghermandi partì per sviluppare il motivo della “conchiglia” portandolo a forma compiuta con la creazione del “Largo Gesto per un Massimo Spazio”.

Così scrisse lo storico e critico d’arte Flavio Caroli ricordando quando, alla fine degli anni ’60, Ghermandi gli espose l’idea dell’opera che stava prendendo forma nella sua mente:

 

Partì dal basso, la mano di Quinto Ghermandi nel cortile di Palazzo Isolani, dove abitavamo in due appartamenti quasi sovrapposti, là, in cima a una meravigliosa ellissi di mattoni, una delle più belle scale del Settecento. La mano partì dal basso, le pupille sfavillarono dietro agli occhialini d’oro calati sul naso, e il braccio, proteso in tutta la sua lunghezza, tracciò un grande segno nell’aria. Quinto disse: «Voglio fare una scultura così. Avrà per titolo “Per un largo gesto della mano”».

Io che conoscevo il senso dionisiaco, quasi erotico, di quegli occhi (era strettamente riservato ai momenti in cui Ghermandi parlava d’arte, segnatamente di scultura), cominciai ad aspettare il risultato definitivo, sapendo che sarebbe stato uno dei grandi raggiungimenti della scultura nella seconda metà del XX secolo. Ed è curioso, commovente, mirabile come in quella massa di bronzo volatile ci sia proprio tutto Ghermandi: tradizione e modernità. Tradizione perché solo l’acume spietato di un antica salacia bolognese (Bertoldo infinitamente nobilitato, perché nulla accade a caso) può spiegare la volontà di dedicare una scultura al gesto avvocatizio che i balanzoni emiliani profondono nelle loro discussioni. E tradizione – in più – perché in quella massa plastica, che si muove per rincalzi furibondi di materia nello spazio, c’è non solo la sapienza artigianale di chi ha imparato a fare scultura con le proprie mani, ma anche l’eco antichissima di chi ha imparato a far muovere la materia, si chiami Antelami, Giovanni Pisano o Donatello.

E c’è modernità, in quella scultura, perché Ghermandi era fra i pochissimi ad aver capito l’essenziale: il passato vive nel presente, ma il presente è così, volatile, un gesto, un attimo, che solo l’arte può rendere magico, durevole e profondo: tanto profondo da protrarre nel tempo la sua consapevole caducità.

Quella memorabile invenzione plastica, il Largo gesto per un massimo spazio (alla fine si chiamò così), tradirà per sempre le due anime che l’hanno concepita e costruita: l’immenso, antico respiro ellittico della materia che diventa volo e spazio (proprio quello della scala di Palazzo Isolani su cui ci incontravamo ogni giorno), e l’attimo fuggente che diventa scultura, materia, senza cessare di essere happening.

La grandezza di Quinto Ghermandi scultore (davvero uno dei grandi nella seconda metà del secolo), è tutta lì.