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Frammenti di un incontro di gioventù

2026-08-10 13:15

Armando Nanni

Redazione,

Frammenti di un incontro di gioventù

Il giornalista Armando Nanni, da sempre amico della famiglia di Quinto Ghermandi, traccia un commovente ricordo dell’artista nel 110° anniversario della nascita

Armando Nanni, giornalista bolognese, già direttore del “Corriere di Bologna” e da sempre amico della famiglia di Quinto Ghermandi, traccia un commovente ricordo dell’artista nel 110° anniversario della sua nascita

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Qui sopra, opere di Quinto Ghermandi nel giardino della casa di famiglia a San Lazzaro di Savena.

Quell’uomo sulla sessantina, con gli occhialini a mezzaluna calati sul naso attraverso i quali spuntava uno sguardo vivacissimo, interessato, curioso di noi sedicenni presi da quell’età inquieta e incerta tra l’adolescenza e la gioventù, stava per diventare una presenza molto importante. Una presenza piacevolissima,  che ci avrebbe accompagnato per tante serate, in tante occasioni,  fin sulla soglia e oltre, dei nostri trent’anni.

 

Noi eravamo i compagni del liceo, gli amici di Martino, il suo secondogenito. Lui era Quinto Ghermandi, artista importante e famoso le cui sculture avevamo imparato a riconoscere girando per Bologna.

 

Sfioravamo  il valore e la bellezza della sua arte quando andavamo a casa di Martino, allora in piazza Santo Stefano, ed entravamo in questi spazi in penombra silenziosamente popolati dalle sue opere, dalle sculture, dalle litografie, dai disegni, dalle foto in bianco e nero che le ritraevano assieme a lui nelle gallerie d’arte del mondo.

 

Mancavano del tutto il sussiego, i cliché e le atmosfere dell’intellettuale. Soprattutto dell’intellettuale d’ordinanza di quella seconda metà degli anni Settanta. Capitava invece che apparisse tra noi, in quelle grandi stanze, un uomo affabilmente brusco come gli emiliani, più ancora che i bolognesi, sanno essere. Era il padre del nostro amico e di sua sorella più piccola, la Checca, che poi – crescendo – sarebbe diventata nostra cara amica. Ma ben presto Quinto Ghermandi divenne, per noi, una compagnia cercata, voluta. Ovviamente gli davamo del “lei”, mantenendo sempre una doverosa e rispettosa distanza, che però spesso diventava permeabile alla chiacchierata, alla battuta, al racconto dei ricordi (soprattutto quelli di guerra, in Africa a El Alamein) così ricchi e belli da ascoltare. 

La storia di questo incontro si sarebbe, negli anni, arricchita di tanti altri momenti trascorsi nella loro nuova casa di San Lazzaro: la bella magione nel verde in zona Caselle vicino alla Borgatella. Serate sempre accompagnate dal vino che Quinto mesceva generosamente. Per lo più un piacevole rosso frizzante che andava a prendere in una cantina di collina. Bevute che, però, avrebbero lasciato in noi qualche effetto lassativo il mattino seguente. Pazienza. Andavamo là per incontrare il nostro amico Martino, ma ormai sapevamo che ci sarebbe stato modo di sedersi al tavolo in compagnia di Quinto. Sapevamo che si sarebbe messo lì, tra noi, ad ascoltare le nostre storie e a parteciparvi.

 

Una presenza fatta di parole, sia che si parlasse delle nostre questioni oppure di politica o di altro ancora, ma sempre accompagnata dai disegni a china – lievi, intensi, bellissimi – che Quinto tracciava con pochi e rapidi colpi su cartoncini bianchi che poi, a fine serata, lasciava sul tavolo o che, quasi sempre, ci donava. Capitava che Martino non fosse propriamente contento di quella presenza paterna. Avrebbe preferito restare in compagnia degli amici senza doverla condividere con quel padre la cui “invasione“, per noi, rappresentava ormai un elemento bello e imprescindibile.

 

Abbiamo avuto la fortuna di incontrare, conoscere e amare – come ancora lo amiamo nel ricordo che ci ha lasciato – un uomo capace di trasmettere la sua ricchezza d’animo e d’artista. Sapeva andare oltre il tempo generazionale con spontaneità, vivacità, ironia. Era sempre interessante e persino divertente parlare anche delle questioni importanti, oggi si direbbe “divisive”. Come i suoi ricordi di guerra, quelli della lunga prigionia nei campi inglesi in Egitto perché scelse di non collaborare dopo l'8 settembre. Oppure la sua esperienza – mai rinnegata – attraverso il fascismo. Tutte questioni, allora, inevitabilmente, calate nel nostro clima giovanile di quel finire degli anni Settanta. Alcuni di noi da una parte politica, altri su quella opposta. Ma seduti assieme al tavolo con Quinto Ghermandi.

 

Capitava anche di andarlo a trovare nel suo studio di scultore e di direttore dell’Accademia di Belle Arti, affacciato su via Irnerio. Quegli spazi colmi del disordine che l’arte lascia dietro a sé nel momento di farsi, di emergere dal pensiero alla materia in me suscitavano stupore e riconoscenza per quell’esperienza che mi era consentito vivere così da vicino e dal di dentro. E al tempo stesso si insinuava una specie di invidia per quei miei coetanei allievi dell’Accademia che, allora, avevano l'opportunità di apprendere da un Maestro così attuale, vivo nell’arte, nella realtà, nella sua profonda umanità.

 

Capitò di accompagnarlo a Verona, tra le maestranze nella fonderia dove realizzava le sue sculture in bronzo. Era il 1985, in una città impazzita perché quello era proprio il giorno successivo alla vittoria dello storico scudetto del Verona di Bagnoli. Una giornata fatta di interminabili chiacchierate lungo il viaggio in autostrada, per poi arrivare ai fumi e agli odori mefistofelici della fonderia. Là dove Quinto in tuta da operaio assieme al personale della fonderia partecipava alla fusione del “suo” bronzo.

 

Ha ragione Flavio Caroli nel ricordo scritto alla morte di Quinto Ghermandi: «Era fra i pochissimi ad aver capito l’essenziale: il passato vive nel presente, ma il presente è così, volatile, un gesto, un attimo, che solo l'arte può rendere magico, durevole e profondo: tanto profondo da protrarre nel tempo la sua consapevole caducità».

 

Ecco questi sono i frammenti di un incontro di gioventù, rimasto durevole e profondo – anche nella sua consapevole caducità – come il privilegio di averlo vissuto e di potere continuare a portarne il ricordo nel cuore.

Armando Nanni

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Chine di Quinto Ghermandi su rettangoli di cartoncino (cliccare sulle immagini d’anteprima per ingrandire le foto e visionarle senza tagli).